
La statua di Carlo I d’Angiò a Celle di San Vito
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La statua di Carlo I d’Angiò a Celle di San Vito Sul belvedere di Via dei Provenzali, a pochi metri dall’antico Arco dei Provenzali, si trova la statua in bronzo…
La statua di Carlo I d’Angiò a Celle di San Vito
Sul belvedere di Via dei Provenzali, a pochi metri dall’antico Arco dei Provenzali, si trova la statua in bronzo di Carlo I d’Angiò, il sovrano francese alla cui dominazione è legata la nascita della comunità di Celle di San Vito.
Il monumento, alto 1,70 metri e realizzato dallo scultore faetino Leonardo Scarinzi, è stato inaugurato il 22 luglio 2023 e rappresenta un omaggio alle origini medievali del paese e alla sua particolare identità linguistica.
Carlo I d’Angiò e il suo regno nell’Italia meridionale
Carlo I d’Angiò, figlio di Luigi VIII di Francia e fratello di Luigi IX, divenne re di Sicilia nel 1266, dopo aver sconfitto Manfredi di Svevia nella battaglia di Benevento. Il suo regno segnò l’inizio della dominazione angioina nell’Italia meridionale e fu caratterizzato da importanti trasformazioni politiche e militari. Tra queste ebbe particolare rilievo la resa di Lucera nel 1269, che pose fine alla resistenza della colonia musulmana insediata nella città durante il periodo svevo; la colonia sarebbe stata dispersa solo nel 1300, per volere del figlio Carlo II.
Secondo la tradizione storica locale, proprio alle operazioni militari condotte dagli Angioini in Capitanata si deve ricondurre l’arrivo dei primi nuclei di popolazione francese nell’Alta Valle del Celone. Alcuni soldati al servizio del sovrano, provenienti dall’area francoprovenzale, si sarebbero stabiliti insieme alle proprie famiglie nei territori montani tra Faeto e Celle di San Vito. Quest’ultimo insediamento avrebbe avuto origine nei pressi di alcune celle monastiche situate alle pendici di Monte San Vito, dalle quali deriverebbe anche il nome del paese.
Nel corso dei secoli queste comunità hanno conservato una lingua distinta da quella dei territori circostanti. Ancora oggi Celle di San Vito e Faeto costituiscono un’isola linguistica francoprovenzale, una testimonianza della presenza galloromanza nell’Italia meridionale. La lingua, riconosciuta e tutelata dalla legislazione italiana sulle minoranze linguistiche storiche, rappresenta uno degli elementi più significativi del patrimonio culturale dei due comuni.
La statua di Carlo I d’Angiò, un omaggio alle origini
La decisione di dedicare una statua a Carlo I d’Angiò nasce proprio dalla volontà di ricordare questo legame. Il progetto fu promosso dall’amministrazione comunale guidata dalla sindaca Palma Maria Giannini, che nel 2022 rivolse un invito ufficiale al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron affinché partecipasse alla cerimonia. L’Eliseo rispose attraverso il capo di Gabinetto del presidente, ringraziando per l’invito, ma l’inaugurazione venne successivamente fissata per l’estate del 2023.

Alla cerimonia del 22 luglio partecipò Lise Moutoumalaya, Console generale di Francia per il Sud Italia e direttrice dell’Istituto Francese di Napoli. La sua presenza conferì all’evento anche un significato diplomatico, rinnovando simbolicamente il rapporto tra Celle di San Vito e la Francia. Nel corso della manifestazione la sindaca consegnò alla rappresentante francese le chiavi della città e un quadro raffigurante il paese. La giornata proseguì con l’accompagnamento musicale della banda, una cena ufficiale e uno spettacolo pirotecnico.
La collocazione del monumento non è casuale. La statua sorge accanto all’Arco dei Provenzali, uno degli elementi architettonici che ricordano le origini della comunità, in una posizione panoramica dalla quale lo sguardo raggiunge il vicino abitato di Faeto. Il sovrano è raffigurato in piedi, con un ampio mantello e la spada, secondo un’iconografia che ne richiama il ruolo politico e militare.
La statua è dunque un’opera contemporanea, ma il suo significato rimanda a una vicenda iniziata oltre sette secoli fa.
Attraverso la figura di Carlo I d’Angiò, Celle di San Vito ricorda il periodo nel quale si formarono le condizioni storiche per la nascita della sua comunità e per la diffusione di una lingua che, tramandata di generazione in generazione, è arrivata fino ai nostri giorni.
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